In Italia, per generazioni il lavoro in banca è sempre stato un obiettivo molto ambìto da raggiungere, per il “prestigio”, per il contratto, per la sicurezza del posto fisso.
Considerato uno dei migliori lavori per i diplomati e non solo, in questi ultimi tempi, ha perso un po’ del suo appeal.
Nel nostro Paese, le banche sono interessate in special modo a neodiplomati ed a neolaureati, tra i requisiti richiesti, una buona conoscenza della lingua inglese, oltre ai principali strumenti informatici.
Per quanto riguarda, i colloqui di selezione, di solito prevedono una serie di fasi, dal colloquio singolo, ai colloqui di gruppo ai test attitudinali.
A titolo esemplificativo, per iniziare un percorso di carriera in Banca d’Italia (foto), probabilmente, la banca più prestigiosa sul territorio nazionale e diventare, ricercatore economico o analista di bilancio,…è necessario superare uno dei concorsi pubblici indetti con una frequenza prestabilita dall’Istituto, di cui è possibile avere informazioni tramite la Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana, i principali quotidiani nazionali, la stampa specializzata.
In questo post, mi propongo di portare alla conoscenza dei lettori, un particolare aspetto riscontrabile in questo settore.
Da un estratto, di un articolo di un quotidiano: “Il figlio prende il posto del padre. In banca”.
La Banca di Credito Cooperativo di Roma ha firmato un’intesa con Federlus e le sigle sindacali del credito… “L’accordo prevede che in alternativa agli incentivi economici, gli impiegati in fase di prepensionamento potranno scegliere di far entrare in banca al proprio posto un figlio o un parente fino al terzo grado”.
L’assunzione, certo, non è automatica. Spiega Mauro Pastore, vicedirettore generale della Bcc di Roma: “Con questo accordo (facoltativo) il dipendente rinuncia agli incentivi previsti e fare richiesta alla banca di assunzione del proprio figlio o parente: la banca ne valuta quindi la possibilità di inserimento”. Il che significa per il figlio o parente dover affrontare una selezione come tutti gli altri candidati non “figli di”…
Ma, aggiunge Pastore, “a parità di curriculum, capacità, intelligenza il figlio del dipendente è probabile che venga preferito”.
Non si tratta di nepotismo, ci tiene a sottolinearlo Pastore.
Da cooperativa qual è, i figli dei suoi soci hanno diritto a lavorare per la banca, se vogliono. Tanto che – continua Pastore – oltre il 90 per cento degli impiegati della banca è figlio di soci”…pubblicato sul Corriere della Sera del 19 Novembre u.s..
Dalla lettura di questo articolo, scaturiscono una serie di possibili interpretazioni e riflessioni, sulla realtà del mondo del lavoro, nella nostra repubblica democratica fondata sul lavoro!
Per i milioni di giovani italiani, e non solo, non “figli di” quali considerazioni, riflessioni, opinioni, possono scaturire da simili iniziative?
Questi “modelli organizzativi” rispondono a criteri di equità, di merito, di efficienza, di giustizia sociale?
In qualità di clienti, di utenti, di servizi bancari, siamo soddisfatti in generale del livello di competenza, di educazione, di servizio alla clientela, del personale presente nelle banche?
Come può diffondersi, una cultura del merito, se continuano a moltiplicarsi, invece di ridursi, tutti questi esempi, di isole, di orticelli circoscritti di privilegi, tutele, garanzie, ristretti a determinate categorie?
Ultimo aggiornamento: 08 Agosto 2011
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